
Io
amo tutto ciò che ruota attorno alla cronaca nera; mi intriga
l’intreccio, la pulsione fangosa che conduce ad atti nefandi,
ingiustificabili, spesso ingiustificati, se guardati da lontano.
Ecco: a me interessa intrufolare lo sguardo dentro le pieghe del
fatto, trovarne le cause, spiegarne le azioni e, magari, cercare le
stesse altrui spinte emotive dentro me.
Dunque
noir. Salentino poi! Per una salentina, una scelta di pancia. Mi
dico: stiamo un po’ a vedere che tipo di Salento vien fuori.
Calogiuri,
Giuseppe Calogiuri: confesso la mia ignoranza, non conosco
l’autore.
Ma
già dalle prime pagine giuro a me stessa di porre rimedio a questo
mio inconsapevole peccato e mi riprometto di colmare la lacuna
leggendo il pregresso e qualunque altra riga egli scriverà. E lo
inseguirò per conoscerlo e stringergli la mano, con questa mia che,
indegnamente, muove sulla tastiera del PC, alla ricerca di parole che
dicano quanto mi hanno regalato le sue, avviluppandomi nella sua
bellissima prosa.
Le
parole: già dalle prime pagine mi colpisce la grande abilità di
questo giocoliere che lancia in aria le parole, le fa danzare
leggere, quasi che fossero prive di peso, ma tuttavia pregne di tutto
il loro valore, la carica comunicativa, la peculiarità di ciascuna
di esse. Come certe belle signore, di certe città del sud, tanto a
sud da essere isole; quelle signore molto eleganti che sanno
indossare, mescolandole, le grandi firme della moda e le magliette
del mercatino rionale, regalando a queste dignità e togliendo a
quelle la prosopopea del lusso ostentato; conservando sempre
quelcertononsochè
che le rende
speciali. L’insieme è affascinante, chic, efficace tanto da far
innamorare al primo sguardo.
La
prosa di Calogiuri è quel mix di preziosità e alterigia da liceo di
provincia, un po’ pretenziosa e snob sembrerebbe all’inizio, se
non fosse che l’autore, con mano sapiente, la mescola ad
innumerevoli, scoppiettanti onomatopee, a quelle frasi piccole
piccole che infarciscono il nostro eloquio quotidiano e che
trituriamo fino a far diventare parole. A volte sembra di essere nel
mezzo di una composizione futurista di marinettiana memoria,
divertente, un tantino strampalata.
Ne
risulta una lettura gustosa, nel senso più gaudente del termine. Si
voltano le pagine al ritmo garbato ma svelto di capitoletti brevi,
concisi e mai noiosi. Si scorrono le parole, la trama si snocciola e
pare di essere divisi in due: una parte legge, sorride delle piccole
battute, degli ammiccamenti, contabilizza i personaggi che mano a
mano si presentano alla scena di questo palco teatrale; l’altra
parte corre avanti, alla ricerca del chi altri? del dove accadrà?
chi farà cosa?
Senza
affanno però, perché questo libro sembra che ti tenga per mano, per
entrambe le mani, invitandoti ad assaporare la passeggiata lungo il
viale della storia, invitando a soffermarsi su uno scorcio piuttosto
che sulle birichinate di quel gruppo di amici o sulla eleganza
affettata di un certo avvocato. L’intreccio è morbido, a maglie
larghe, lasciando spazio alla fantasia del lettore, il quale
sceglierà da quale degli innumerevoli input farsi sollecitare. La
pennellata fresca con cui si delineano i personaggi che prendono
vita, come fossero tratti da fotogrammi di vecchie pellicole: come il
piemme Evangelisti
che si abbiglia e
si muove aderendo al cliché televisivo dell’uomo di legge duro e
puro, radical chic; notevole anche la figura del professor Rusconi,
integerrimo docente votato alle Lettere e implacabile castigatore di
liceali inconcludenti; generazioni di studenti lo hanno temuto per
poi custodire gelosamente tutto ciò che, loro malgrado, da lui hanno
appreso. E’ un libro che si legge e che “si ascolta”, intriso
com’è dei mille rumori della vita che irrompono prepotenti tra le
pagine ordinate della storia scritta, rubando spesso la scena come
una tv dal volume troppo alto o come un pensiero ribelle che sgrana
l’ordine di un dialogo formale; strappando un sorriso come il
ripetuto RIIIINNNNGGG del cellulare che troppo spesso mozza un
pensiero.
"Cloro" (Lupo Editore) è un noir in cui il
delitto, l’indagine e la risoluzione dell’enigma potrebbero anche
non esserci stati e il lettore ne avrebbe comunque tratto piacere,
poiché le fonti di esso sono altre e tutte stimolanti.
E’
un libro garbato ed irriverente.
Contraddittorio,
lo so, ma leggendolo non ho potuto fare a meno di paragonarlo ad un
signore garbato, di un’eleganza sobria ravvivata da qualche guizzo
di originalità, chiaro indizio di un’indole burlona, dominata e
ligia alle regole nella pubblica piazza ma liberamente giocosa e
sfrenata tra le mura della sua casa. Un libro da leggere tutto d’un
fiato: la sua freschezza aliterà sulla canicola salentina scuotendo
come uno scappellotto affettuoso.
(Maria
Letizia Pecoraro)
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